Mia sorella mi ha cresciuto dopo la morte di nostra madre. L’ho chiamata “Nessuno”, poi ho scoperto la verità.
Avevo dodici anni quando nostra madre morì.
Ricordo ancora l’odore di disinfettante nel corridoio dell’ospedale e la postura eretta di mia sorella al funerale, come se il dolore fosse qualcosa che poteva contenere fisicamente solo con la postura. Aveva diciannove anni, poco più di una ragazzina, eppure quel giorno divenne il mio mondo.
Solo a scopo illustrativo
Ha abbandonato l’università senza dirlo a nessuno. Ha accettato due lavori. Ha imparato a dividere la lista della spesa in pasti per una settimana. Ha imparato a nascondere la stanchezza dietro un sorriso così convincente che persino io le ho creduto quando ha detto: “Andrà tutto bene”.
E in qualche modo lo eravamo.
Almeno questo è quello che mi dicevo.
Passarono gli anni. Andavo bene a scuola. Studiavo senza sosta. Salivo, gradino dopo gradino, verso la vita a cui tutti dicevano fossi destinata. L’università. La facoltà di medicina. La specializzazione. Ogni traguardo era la prova che tutto quello che avevo fatto aveva funzionato.
Alla mia cerimonia di laurea, in piedi con quella toga rigida e gli applausi che mi risuonavano nelle orecchie, la cercai tra la folla. Lei era seduta in fondo, applaudendo dolcemente, con gli occhi che brillavano.
Quando mi ha abbracciato dopo, ero pieno di orgoglio, troppo orgoglio.
“Vedi?” dissi ridendo, ubriaco di successi. “Io ho scalato la gerarchia. Tu hai preso la strada più facile e sei diventato un nessuno.”
Le parole mi colpirono più pesantemente di quanto mi aspettassi. Ma lei non sussultò. Sorrise solo, un piccolo sorriso stanco, e disse: “Sono orgogliosa di te”.
Poi se ne andò.
Passarono tre mesi. Nessuna chiamata. Nessun messaggio. Mi dicevo che era arrabbiata, che aveva bisogno di spazio. Ero comunque impegnato: nuovo lavoro, nuova città, nuova vita. Ogni tanto mi sentivo in colpa, ma lo respingevo. Era forte. Lo era sempre stata.
Quando finalmente tornai in città per una conferenza, decisi di farle visita. Senza preavviso. Immaginavo un incontro teso ma gestibile: forse un po’ di silenzio imbarazzante, forse il perdono.
Ciò che mi è capitato invece mi ha distrutto.
Solo a scopo illustrativo
La porta non era chiusa a chiave. La casa mi è sembrata strana fin dal momento in cui sono entrato. Troppo silenziosa. Troppo vuota. Mobili spariti. Pareti spoglie dove prima erano appese le foto.
Ho seguito un debole suono fino al soggiorno, e poi le mie gambe hanno quasi ceduto.
Lei era sul pavimento.
Pallida. Tremante. Il suo respiro era affannoso, il dolore inciso in ogni linea del suo viso. Sembrava incredibilmente piccola, come se la forza che un tempo la riempiva fosse stata prosciugata pezzo per pezzo.
Caddi in ginocchio e la chiamai per nome, con le mani tremanti mentre cercavo di aiutarla a sedersi.