La casa di cura.
Parlavano con gentilezza, professionalità, come se cercassero di attutire il rumore delle parole. Mia madre era morta nel sonno quella mattina presto.
Ricordo di essermi seduta sul pavimento perché all’improvviso le gambe non mi reggevano più. Quaranta giorni. Era tutto quello che le rimaneva dopo aver lasciato casa. Dopo aver lasciato me.
Mi hanno detto che mi aveva lasciato la sua pianta. E un biglietto.

A solo scopo illustrativo,
li ho raccolti qualche giorno dopo. La pianta sembrava la stessa: verde, viva, ostinatamente rigogliosa. Il biglietto era piegato con cura, la sua calligrafia era attenta e familiare.
“Cerca nel terreno”, si leggeva.
“Mi dispiace. Vorrei poterti dare di più, ma questo è tutto quello che ho…”
Le mie mani tremavano mentre portavo la pianta a casa. Aspettai che i bambini si addormentassero prima di inginocchiarmi sul pavimento della cucina, stendendo vecchi giornali sotto il vaso. Mi dissi di non aspettarmi nulla. Probabilmente non era niente, solo un’ultima sua abitudine, un’ultima gentile richiesta.
Scavai lentamente, sfiorando con le dita il terreno fresco e umido.
Poi la mia mano ha colpito qualcosa di duro.
Mi sono bloccato.
Sepolti in fondo c’erano tre piccoli sacchetti di plastica. Dentro ognuno c’erano alcune monete d’oro, smussate dal tempo ma inequivocabilmente vere.
Tre borse.
Tre bambini.
Rimasi lì seduta sul pavimento, con le mani sporche di terra, la pianta rovesciata accanto a me, e scoppiai in lacrime così profonde da togliermi il respiro. Non avevo idea che quelle monete esistessero. Non avevo idea che lei le avesse conservate, nascoste, protette.

Solo a scopo illustrativo.
Avrebbe potuto usare quei soldi. Avrebbe potuto rendere i suoi ultimi giorni più confortevoli. Avrebbe potuto chiedere cure migliori, cibo migliore, magari anche restare a casa un po’ più a lungo.
Ma non lo fece.
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